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San Giacomo apostolo: uomo, apostolo, testimone

Introduzione

“ Ne scelse dodici “. Gli apostoli di Gesù, le colonne, capisaldi della Gerusalemme celeste, dodici uomini che hanno passato tre anni della loro vita a contatto diretto con il Figlio di Dio, solo Maria e Giuseppe possono vantarsi di aver trascorso tanto tempo con Lui. A questi discepoli, Gesù ha confidato i segreti del regno, ha rivelato il senso delle parabole, ha spiegato i concetti più difficili, li ha inviati per i villaggi a predicare nel suo nome. Perché? Perché voleva prepararli ad un compito più grande: portare il regno dei cieli nel mondo. I dodici sarebbero divenuti testimoni singolari della buona notizia, del Vangelo. Crollati nella Passione per la loro umana debolezza, fuggiti dal Getsemani o recatisi di nascosto in casa del sommo sacerdote, sono stati rialzati dal Maestro, resi uomini nuovi, unti con il fuoco dello Spirito Santo nel cenacolo il giorno di Pentecoste, inviati fra le genti. Uomini rozzi, orgogliosi, spesso increduli… resi colonne della Chiesa, la grazia di Dio ha mutato interamente i loro cuori, li ha resi blocchi per erigervi la Gerusalemme eterna; originati dal vecchio Israele sarebbero divenuti, come i dodici figli di Giacobbe, padri del nuovo popolo dell’alleanza: Simone di Giona, caduto con il triplice rinnegamento e risorto con Cristo, divenuto Pietro, la roccia di base, il pastore del gregge, il primo papa; suo fratello Andrea, Giacomo e Giovanni di Zebedeo, pescatori di Cafarnao, Matteo l’esattore, Filippo e Bartolomeo, Giacomo d’Alfeo, detto il Minore e Giuda Taddeo, Simone lo zelota, Tommaso e Mattia, scelto per sostituire Giuda Iscariota, che nel Getsemani aveva tradito il Maestro e s’era poi tolto la vita per il rimorso. Uomini tanto diversi, di varie estrazioni sociali, figli di città ricche e di povere borgate, ignoranti alcuni, colti altri, ma scelti tutti da Cristo per essere suoi-“ non voi avete scelto me ma Io ho scelto voi”- uomini eletti per uno splendido progetto d’amore, sarebbero divenuti le mani con le quali Cristo, crocifisso e risorto, avrebbe abbracciato il mondo intero.

 

 


La chiamata

L’ apostolo che incontreremo, Giacomo detto il Maggiore, è originario di Betsaida ( dall’ ebraico Beth-Tsaida, cioè “ casa della pesca “), in terra di Galilea, in prossimità del lago di Tiberiade, ma lavora nella vicina Cafarnao ( dall’ebraico Kefar Nahum, cioè “ villaggio di Nahum “), paese di pescatori e mercanti, con una postazione militare romana, una dogana e una grande sinagoga, i cui resti sono ancora oggi visibili. Giacomo è figlio di Zebedeo , pescatore abbastanza facoltoso ( ha garzoni al suo servizio ) e di Maria Salome, futura discepola di Gesù, ricordata nei testi evangelici per un particolare episodio che la vede protagonista e di cui parleremo in seguito; sarà alla sequela del Maestro nei suoi pellegrinaggi per la Galilea, presente con le altre donne ai piedi della croce, una delle prime testimoni della risurrezione. Giacomo ha un fratello, Giovanni, secondo la tradizione il più giovane fra i dodici, pescatore come lui e futuro autore del quarto Vangelo. Possiede una barca tutta sua ( segno per l’epoca di agiatezza ) e forma con i due pescatori Simone di Giona e Andrea, nativi anch’essi di Betsaida, una sorta di piccola società commerciale. Dunque barche, reti, pesce, questo il mondo di Giacomo e dei suoi, il piccolo lago, la sua graziosa Cafarnao, i monti e il cielo, null’altro….Chi mai potrà smuoverlo dal suo posto: questa è la sua vita, modesta e tranquilla; cresciuto in riva al lago invecchierà e morirà lì, carico d’anni, alla brezza primaverile, con il vociare dei pescatori nelle orecchie. Non può certo immaginare che di lì a poco la sua vita sarà stravolta. Tutto ha inizio nel giorno in cui Andrea e Giovanni, ormai lontani da tempo, tornano colmi di gioia da Simone gridandogli entusiasti: “ abbiamo trovato il Messia!” Il Messia? E’ un’eternità che Israele attende il glorioso Liberatore e adesso che Egli è giunto dovrebbe mostrarsi a due pescatori come loro? Pazzesco! Il Messia apparirà senza dubbio a Gerusalemme, sul pinnacolo del Tempio, non in Galilea, ritenuta terra di pagani, feccia d’Israele! Simone l’ha incontrato, il suo sguardo l’ha molto turbato ma non s’è sentito pronto a seguirlo, è tornato indietro e senza dubbio ne avrà discusso con Giacomo. La sorpresa aumenta: Andrea e Giovanni tornano intanto a Cafarnao, alle loro reti colmi di gioia per quell’incontro che ha cambiato le loro vite. L’interesse di Giacomo per quell’Uomo di cui parlano, aumenta giornodopo giorno e solo l’incontro diretto con Lui riuscirà a colmarlo. Si trovano in barca con il padre e i garzoni, Simone e Andrea vengono loro incontro. Non sono soli, il Messia di cui tanto hanno sentito parlare li precede. Giovanni gli corre incontro. Non dice nulla, li guarda e in quegli occhi c’è tutto. Apre la bocca e dice: ”Seguitemi!”. E’ il crollo… Staccarsi da quelle barche e da quelle reti? Dice sul serio? Giacomo non riesce a opporre un rifiuto, quello sguardo sprigiona una potenza e una bellezza che solo il Messia può avere. E’ incantato da quegli occhi, lascia il padre con i garzoni sulla barca e insieme a Simone, Andrea e al fratello Giovanni si mette alla sequela del Nazzareno. Da quel giorno in poi la vita passata, il lago e le barche perderanno senso: una forza ben maggiore l’ha attratto, il resto perde fascino, non vale più nulla ai suoi occhi. Lascia le candele perché ha scorto la luce del sole. Da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

 


La conquista definitiva

Il Maestro entra in sinagoga, i quattro pescatori lo seguono e qui, per la prima volta, lo sentono predicare. Il suo insegnamento non è come quello degli scribi e dei farisei, il suo messaggio è nuovo, le sue parole sconvolgenti, riempie il cuore, illumina la mente nel senso delle Scritture, sembra che Dio stia commentando la Legge e i Profeti. I discepoli s’immergono in quelle parole, la realtà assume un senso nuovo e l’Eterno non sembra più così lontano. Egli è davvero il Messia, l’Emmanuele, il “ Dio con noi “?Troppo presto per dirlo. Gesù esce dalla sinagoga, è forestiero, chiede ospitalità a Simone e Andrea che raggianti lo conducono in casa; Giacomo e Giovanni li seguono. Il Maestro entra, la suocera di Simone è a letto, arde per la febbre, si teme il peggio. Forse Gesù può fare qualcosa per lei? Dicono che guarisca gli infermi e risani i lebbrosi; in sinagoga, poco prima, ha scacciato il demonio da un uomo che ne era tormentato. Gesù siede accanto all’inferma e la invita a rialzarsi. Ha udito le loro preghiere. Sotto gli occhi sbalorditi dei familiari, l’anziana donna si alza e colma di gratitudine, con tante nuove energie si dà subito da fare perché non manchi nulla all’insigne ospite. Giacomo e Giovanni tornano a casa commentando entusiasti la giornata trascorsa, sprizzano di gioia, provano una felicità straordinaria; essere chiamati discepoli da quello che potrebbe essere il Messia? Che onore! Che grazia! Tornano a pescare, ormai Gesù è di casa a Cafarnao, usa le loro barche per predicare alle folle che, giorno dopo giorno, si fanno sempre più numerose. E dalla riva del lago il Rabbi predica con tanto ardore: la gente lo segue, ha sete delle sue parole. I pescatori sono stati al largo tutta la notte ma non hanno preso nulla. Quando Gesù ha concluso il sermone invita Simone a tornare a pescare. Questi all’inizio sembra un po’ recalcitrante: è inutile, a che serve, a quell’ora poi…”Ma sulla tua parola getterò le reti”. La barca di Simone si muove, Giacomo e Giovanni li seguono più lontani. Probabilmente anche loro l’avranno creduta una stravaganza. Vengono gettate le reti e all’improvviso esse si riempiono di pesci, stanno per spezzarsi. Viene chiesto aiuto a Giacomo e Giovanni che li raggiungono con le loro barche: il carico è così pesante che per poco non affondano. Un miracolo! Si sono tanto preoccupati per le necessità materiali…Gesù con quel prodigio sembra dir loro: “Voi vi preoccupate di tante cose: non temete, provvedo a tutto io!”. Simone cade ai suoi piedi chiedendo perdono per la sua incredulità, anche Giacomo e Giovanni sono meravigliati e sconvolti. Gesù sorride loro. “Seguitemi “ ripete: li renderà pescatori di uomini, maneggeranno altre reti, navigheranno su altri mari, condurranno altre barche, pescheranno altri pesci. La vecchia vita è passata: con Gesù tutto cambia. Il passato è passato, comincia un nuovo presente. Simone e Andrea hanno deciso. Hanno deciso anche Giacomo e Giovanni: lasciano le reti, lasciano le case e le sicurezze. Gesù si muove e loro lo seguono, abbandonandosi al disegno misterioso e salvifico del Padreal suo fianco appaiano Mosè ed Elia, simboli dell’ antica alleanza – la Legge e i Profeti – che si china ai piedi della Parola eterna, del Figlio, Primogenito del popolo della nuova alleanza: Una nube li avvolge e i tre odono la voce del Padre:” Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo”. Rialzati gli occhi non trovano che Gesù solo, il Gesù che hanno sempre visto, bello come sempre ma senza quella luce divina che lo rendeva straordinario. Il Signore ha voluto fare un grande dono ai tre prediletti: li ha resi testimoni di un episodio unico e incredibile, ha voluto che questi tre rozzi pescatori di Cafarnao vedessero ciò che solo oltre la morte, e solo chi avrà la possibilità di raggiungere il Regno celeste, potrà sperimentare. Hanno udito la voce del Padre, sono stati immersi nella soprannaturale nube, un’esperienza cui solo loro avranno la grazia di assistere. Perché? Perché ha chi molto è stato dato tanto sarà richiesto. Ma questo lo capiremo in seguito. Quel che è importante far notare è il posto privilegiato di questi tre apostoli nella cerchia dei Dodici; Gesù sceglie questi tre compagni perché siano testimoni di esperienze uniche. Chiederà ancora la loro compagnia, ma saranno davvero pronti quando dovranno stare al fianco del Maestro non dinanzi a morti che resuscitano o a nubi di luce divina, non quando tutto è gloria e approvazione?... Rimarranno davvero fedeli quando l’Uomo che hanno visto nella gloria del Padre apparirà loro sfigurato e pallido, chiedendo conforto nell’ora della prova? Saranno in grado di resistere all’ora delle tenebre?E un’altra volta, mentre sono in viaggio, Gesù invita il trio dei prediletti a salire con Lui su un alto monte( secondo la tradizione il Tabor ) per pregare. Giunto lassù con gli apostoli, mentre è immerso in preghiera, in unione mistica con il Padre, il suo volto diviene luminoso come il sole e la sua veste bianca come la neve: si mostra loro nella gloria della sua divinità, è bellissimo e maestoso;

 


Testimoni dello straordinario

Comincia per Giacomo e i suoi compagni la nuova vita da discepoli. Seguono Gesù lungo i paesi e i villaggi della Galilea, a Gerusalemme per le feste più importanti, mantenendo tuttavia Cafarnao come punto di riferimento; è lì che il Maestro, alla fina dei suoi viaggi, si ritira: in particolare è ospite in casa di Simon Pietro, tanto che i Vangeli non esitano a definire l’ abitazione del pescatore semplicemente “ la casa “ quasi fosse implicito che il Rabbi alloggiasse lì. Delle centinaia di persone che lo seguono, Gesù ne sceglie dodici, un gruppo ristretto che possa essere tutto al servizio della sua divina missione. Fra essi primeggiano, secondi solo a Simone che Gesù chiama Pietro, i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, denominati “ Boanèrghes “ cioè i “ figli del tuono “, presumibilmente in riferimento alla loro indole “ bollente “, che li spingerà a chiedere al Maestro di far piovere fuoco dal cielo per “ arrostire “ una città di samaritani che ha loro rifiutato l’ospitalità… ricevendo in contraccambio un sonoro rimprovero per la loro scarsa misericordia verso il prossimo. Giacomo e Giovanni formano, insieme con Pietro, un gruppo ancora più ristretto, un trio che Gesù conduce con sé nei momenti di maggiore intimità, facendoli testimoni di eventi strepitosi. Il primo di questi avviene proprio a Cafarnao: mentre il Maestro predica, il capo della sinagoga Giairo chiede che Egli lo segua per guarire la sua figlioletta gravemente malata; giunti però in prossimità della casa vengono a sapere che la fanciulla è già morta…. Un dramma! Giairo è senza speranza, sta per cedere alla disperazione quando Gesù stesso lo invita a trovare la forza nella fede e a seguirlo nella camera dove la bambina giace in un sonno che si rivelerà ( almeno per il momento ) non eterno ma solo temporaneo. Pietro, Giacomo e Giovanni vanno dentro con il Maestro: saranno testimoni dello straordinario. Alle parole “ Talità kum “ la morticina riacquista colore, è di nuovo viva, si alza e le viene dato da mangiare. Strepitoso miracolo!E un’altra volta, mentre sono in viaggio, Gesù invita il trio dei prediletti a salire con Lui su un alto monte( secondo la tradizione il Tabor ) per pregare. Giunto lassù con gli apostoli, mentre è immerso in preghiera, in unione mistica con il Padre, il suo volto diviene luminoso come il sole e la sua veste bianca come la neve: si mostra loro nella gloria della sua divinità, è bellissimo e maestoso;al suo fianco appaiano Mosè ed Elia, simboli dell’ antica alleanza – la Legge e i Profeti – che si china ai piedi della Parola eterna, del Figlio, Primogenito del popolo della nuova alleanza: Una nube li avvolge e i tre odono la voce del Padre:” Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo”. Rialzati gli occhi non trovano che Gesù solo, il Gesù che hanno sempre visto, bello come sempre ma senza quella luce divina che lo rendeva straordinario. Il Signore ha voluto fare un grande dono ai tre prediletti: li ha resi testimoni di un episodio unico e incredibile, ha voluto che questi tre rozzi pescatori di Cafarnao vedessero ciò che solo oltre la morte, e solo chi avrà la possibilità di raggiungere il Regno celeste, potrà sperimentare. Hanno udito la voce del Padre, sono stati immersi nella soprannaturale nube, un’esperienza cui solo loro avranno la grazia di assistere. Perché? Perché ha chi molto è stato dato tanto sarà richiesto. Ma questo lo capiremo in seguito. Quel che è importante far notare è il posto privilegiato di questi tre apostoli nella cerchia dei Dodici; Gesù sceglie questi tre compagni perché siano testimoni di esperienze uniche. Chiederà ancora la loro compagnia, ma saranno davvero pronti quando dovranno stare al fianco del Maestro non dinanzi a morti che resuscitano o a nubi di luce divina, non quando tutto è gloria e approvazione?... Rimarranno davvero fedeli quando l’Uomo che hanno visto nella gloria del Padre apparirà loro sfigurato e pallido, chiedendo conforto nell’ora della prova? Saranno in grado di resistere all’ora delle tenebre?

 


 

I posti migliori

Siamo poveri uomini: è tanto facile inciampare e cadere, facilissimo esaltarsi quando si riceve un posto di riguardo. E anche Giacomo e suo fratello Giovanni si troveranno ingarbugliati in questo diabolico tranello. Gerusalemme è vicina, la via si va accorciando e la Pasqua è ormai prossima. Gesù si dirige verso di essa a passo rapido ma non è più lo stesso da qualche mese: ama starsene sempre più ritirato, solo, in preghiera; quando è in compagnia degli apostoli, non fa che parlare enigmaticamente, annuncia tradimenti e condanne, li prepara al suo prossimo trapasso. I Dodici non comprendono, credono impossibile tutto ciò, non lo ascoltano e sognano già chissà quali successi: il Maestro è acclamato dalle folle,compie miracoli e la gente si esalta al vederlo. A Gerusalemme potrebbero perfino acclamarlo come Messia: di che aver paura? Degli scribi e dei farisei forse? La folla non permetterebbe mai un loro intervento: possano cospirare quanto vogliono ma non potranno far nulla contro il favore popolare. Perfino i Romani, informati certamente del suo messaggio pacifico, lo lasciano fare; un centurione a Cafarnao ha perfino ottenuto la grazia di un miracolo, ricevendo l’elogio di possedere una fede maggiore di quella dei Giudei. Tutto procede a gonfie vele, è inutile tanta preoccupazione: il Maestro sta esagerando! D’altronde se si attuerà presto, come pensano i Dodici, il regno di Dio, allora è meglio darsi da fare subito, accaparrarsi i posti migliori: se questo è un regno celeste, quale onore sedersi alla destra e alla sinistra del Figlio di Dio! Se esso invece è terreno non si disdegna un posto da alti funzionari a fianco del Messia. Giacomo e Giovanni chiedono proprio questo al Maestro; alla loro voce si unisce quella della loro madre Salome: i suoi due figlioli lo seguono dagli inizi, fanno parte del trio degli intimi, non sarebbe dunque il caso di esaudire il loro “ umile “ desiderio? Gesù è molto triste, non solo perché la sua dolorosa Passione si fa sempre più vicina, accentuando il drammatico contrasto fra ardente desiderio di salvare l’uomo e umana paura della sofferenza, ma soprattutto perché i suoi apostoli, coloro che proprio adesso dovrebbero sorreggerlo, sono quelli che meno comprendono l’entità del momento. “ Voi non sapete quello che chiedete, siete disposti a bere il calice che io sto per bere?”. Il calice della sofferenza, il calice che Egli s’appresta a ricevere. Ilcalice del dolore, calice necessario per accedere al trionfo… Vogliono bearsi della gloria del paradiso? Devono prima bere dall’amaro calice della Passione. Senza croce non c’è gloria, non è il Tabor il monte da cui devono passare gli eletti ma il Golgota, il colle della crocifissione. “ Solo chi muore con Cristo potrà risorgere con Lui “, farà riecheggiare nelle sue lettere l’apostolo Paolo. Sono pronti a passare per il fuoco del Venerdi Santo, il fuoco che svela l’autenticità, il fuoco dal quale è raffinato l’oro? “ Si “ rispondono all’unisono i due fratelli. Gesù li fissa, non sanno ancora quel che dicono, ma è certo che, quando il Padre deciderà di porgere loro l’amaro e glorioso calice, al quale avrà già abbondantemente bevuto il Figlio, essi saranno pronti a riceverlo – l’uno in maniera diversa dall’altro – e a portare la loro personale croce. In quanto ai posti d’onore tanto aspirati non sta a Lui decidere chi li occuperà; Egli andrà presto a prepararne uno per ciascuno ma non stabilisce chi ne sarà possessore. Non occupano posti migliori – come Gesù spiega poco dopo agli apostoli – coloro che hanno titoli o importanza o potere: non chi si esalta ma chi si umilia, chi vive nascosto, chi agisce con amore, senza troppe pretese, senza voglia di complimenti. I posti migliori spettano a coloro che vogliono piacere a Dio solo; non per nulla, Regina dei cieli sarà la fanciulla che in casa di Elisabetta ha elogiato Colui che ha innalzato gli umili e rovesciato i potenti dai troni, ponendo il suo sguardo sulla “ più umile fra le sue serve “. Il Regno dei cieli è fatto per i poveri di spirito, aveva detto Gesù, per i ripieni di Dio non del proprio Io, come in quel momento gli apostoli!

 

 


Il passaggio

Eccola! La Città Santa s'intravede in lontananza, il marmo del tempio risplende alla luce di quel giorno che precede la festa degli Azzimi. Si realizza quel che gli apostoli sognavano: sul dorso di un asinello Gesù fa il suo ingresso trionfale in città, acclamato dalla folla che osannante, agitando rami di palma, esulta inneggiando al Nazareno e riconoscendolo quale Figlio di Davide e Messia. Ciò suscita l’astio dei farisei, degli scribi, dei ricchi sadducei e dei sacerdoti; tutti lo vogliono morto, interrompono i suoi discorsi per interrogarlo e trarlo in fallo, cercando un pretesto per eliminarlo, lo sfidano su questioni relative alla risurrezione o sul più delicato argomento dei tributi a Cesare. Ma Gesù è inattaccabile, sembra sappia leggere nei loro cuori, le loro tenebre divengono luce al suoi occhi, ogni tentativo risulta fallimentare. Un trionfo insomma! Eppure Gesù si fa sempre più assorto e raccolto. Un giorno che Andrea lo chiama invitandolo a incontrare alcuni greci che vogliono parlargli Egli risponde:” La mia anima è turbata, e cosa dovrei dire: Padre salvami da quest’ora. Ma è per quest’ora che io sono giunto qui”. Atteggiamento bizzarro il suo: tutto va bene perché vuol proprio vederci nero? E’ la sera del giovedì, Gesù invita i Dodici a cenare con Lui. E qui tutto cambia, tutto è rivelato:” Uno di voi mi tradirà! Pietro, questa notte prima che il gallo canti mi rinnegherai tre volte. Voi tutti stanotte vi scandalizzerete di Me”. E’ un colpo tremendo per i suoi. Gli apostoli fuggiranno come pecore senza pastore, proprio loro che si credevano degni di occupare i posti migliori nel Regno dei cieli! Gesù prende il pane, lo spezza e lo offre ai suoi: esso è il suo corpo, che Egli offre in sacrificio! Sacrificio? Sacrificio significa morte della Vittima! Viene offerto anche il vino: è il suo sangue, versato per la remissione dei peccati, per la fondazione di un nuovo popolo, sancirà una nuova alleanza. “ Fate questo in memoria di me!”: ciò significa che presto dovrà andarsene! Non è possibile, proprio adesso che tutto sembra andare per il meglio! Gesù sa che quella è la sua ultima cena prima dell’amara Passione, l’ultima volta che vedrà i suoi carissimi amici prima di passare attraverso la notte del dolore: li conforta e istruisce con parole mai dette prima. Egli dona ai suoi il frutto, i gioielli del suo insegnamento. I discorsi conclusivi, pronunciati da Gesù in quei drammatici momenti, sono il suo “canto del cigno “; Egli riserva per la fine le parole più belle: “ Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Io sono la vite e voi i tralci. Non vi chiamo più servi ma amici “… Dovranno attraversare anche loro l’ora della prova ma conservino la fede, il dolore sarà precursore d’una gioia maggiore, la gioia di sentirsi salvati, di ricevere lo Spirito Consolatore, di sapere che il Maestro torna al Padre, di essere loro, peccatori, nuovamente un tutt’uno con Dio.

 


L’ora delle tenebre

 

Terminata la cena e i discorsi di commiato Gesù, cantando i Salmi rituali, invita gli apostoli a seguirlo nel luogo silenzioso e ritirato in cui ama rifugiarsi dopo le chiassose giornate a Gerusalemme: nel Getsemani è libero di pregare, di invocare il Padre, di trovare in Lui la forza. Ma non c’è il popolo a difenderlo, Gesù lo sa: l’ora si avvicina, è una facile preda per i suoi nemici; deve prepararsi, l’amara passione è ormai alle porte. Lasciati indietro gli apostoli prende con sé solo Pietro, Giacomo e Giovanni e ritiratosi in un luogo ancor più nascosto confida loro la propria angoscia: ” La mia anima è triste fino alla morte, restate qui e vegliate con Me “. Gesù ha chiamato a sé i tre della Trasfigurazione: solo chi ha avuto il privilegio di vedere il Figlio nella luce del Padre potrà vederlo ora nel buio dell’agonia: gli altri, che hanno sì creduto in Lui quale Messia ma che non hanno visto la sua gloria, avrebbero senza dubbio perso la fede nel trovarselo così sofferente. Loro no! Hanno avuto esperienza visiva della sua divinità, la loro fede non può, non deve vacillare. Gesù chiede preghiera, chiede compagnia, si allontana da loro invitandoli a vegliare con Lui in quella drammatica attesa. E i tre che hanno assistito alla visione del Figlio che è “ lontano “ dal Padre perché “ fattosi peccato”; Gesù, lo stesso Gesù il cui volto era illuminato da una luce soprannaturale ora ansima, piange nella sua struggente preghiera, suda sangue! Ma gli apostoli non sono ancora preparati, non sono forti nella fede, dovrebbero tenere compagnia al Maestro sofferente… ma cadono presto vittime del sonno, non una ma ben tre volte: per tre volte si addormentano, per tre volte vengono svegliati da un Gesù sempre più afflitto: ” Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me!”. Il silenzio della notte è turbato da rumori improvvisi, sono i passi dei soldati, venuti nel Getsemani per arrestare il Nazzareno. Giuda Iscariota, uno dei Dodici, li ha guidati fin lì e con un bacio ha indicato agli aguzzini l’Agnello pronto per il sacrificio. Come vittima muta e inerme, Gesù offre se stesso ai suoi carnefici senza opporre alcuna resistenza, anzi rimproverando l’irruente Pietro che con una spada ha cercato di difenderlo. Deve bere il calice adesso, il calice che il Padre gli porge per la salvezza del mondo, il calice della solitudine, il calice che Giacomo e Giovanni avevano giurato di voler e poter bere. Ma non ora, non sono ancorapronti: sarà Gesù, con il suo amore, a bere per primo. Il suo esempio darà loro la possibilità di seguirlo anche ai piedi della croce, di assaporare fino all’ultima goccia il suo amaro e salvifico miscuglio. Per loro, invece, è ancora presto, Gesù è condotto via e i suoi apostoli, le colonne, coloro che giudicheranno le tribù d’Israele, coloro che hanno giurato nel cenacolo “ non ci scandalizzeremo mai di Te! “, ora fuggono, come bimbi impauriti dal buio. Giacomo, Matteo, Tommaso, perfino Pietro, nessuno di loro sarà sul Golgota con il Maestro moribondo. Solo Giovanni, il più giovane, e alcune donne saranno testimoni del sacrificio che dà la vita: loro sono ciò che resta a Gesù dopo tre anni di predicazione. Un fallimento! Sì un fallimento… ma il seme deve pur morire per dare frutto…

 


L’impossibile si realizza

E’ finita! Addio sogni e addio speranze, Gesù è in una tomba, la realtà è triste ma immutabile. Agli occhi dell’uomo. Tre giorni dopo quel terribile venerdì, le donne si recano alla tomba del Rabbi, alle prime luci dell’alba, per ungerne il corpo sepolto in tutta fretta a causa del riposo sabbatico. Salome, madre di Giacomo e Giovanni, è con loro come tre giorni prima lo fu ai piedi della croce. Gli apostoli invece continuano a nascondersi nel cenacolo per paura dei Giudei; questi ultimi, non ancora soddisfatti, vogliono che il nome di Gesù e il suo messaggio scomodo svaniscano per sempre. Per realizzare ciò devono eliminare gli undici testimoni della sua missione. Maria di Magdala, una delle discepole, torna al cenacolo correndo: la tomba è vuota e il corpo di Gesù è scomparso. Pietro e Giovanni corrono a vedere e difatti trovano tutto come ha detto lei… ma le sorprese sono appena cominciate. Salome e le altre donne raggiungono gli apostoli: hanno trovato al sepolcro due angeli in bianche vesti, i quali hanno detto: “ Perché cercate tra i morti Colui che è vivo. Gesù non è qui! E’ risorto come aveva detto”. Possibile! Storielle di donne! Anche la Maddalena, colma di entusiasmo, annuncia di aver visto il Maestro in persona, vivo e vegeto, ma nessuno vuole crederle. A sera due discepoli, di ritorno in tutta fretta da Emmaus, affermano agli Undici di aver incontrato il Signore lungo la via e di averlo riconosciuto, a cena, nello spezzare il pane. I dubbi aumentano e l’impossibile si realizza: Gesù appare improvvisamente agli apostoli nella gloria della risurrezione dando a suoi l’augurio:” Pace a voi “. Ecco il senso del calice! Ecco ciò a cui porta la sua bevanda! Il Calvario è passaggio per una luce più splendente del Tabor, la sofferenza ha assunto un senso adesso, la croce ha condotto alla vita, il dolore alla gioia. Ciò che Egli ha annunciato nel commiato si è compiuto: come la donna gravida dimentica le doglie stringendo al seno il suo piccolo, così ora la gioia che essi provano ha fatto loro dimenticare le tribolazioni passate, anzi si può anche gioire di esse poiché hanno condotto ad un simile trionfo. Giacomo è nel cenacolo quella sera gloriosa e così anche otto giorni dopo, quando il Maestro dona speranza all’apostolo Tommaso, unico assente al primo incontro con il Risorto. Tornato in Galilea assiste all’apparizione del Signore sul lago di Tiberiade; è con i suoi compagni sulla barca quando sirealizza una nuova pesca miracolosa; è presente alla nuova e solenne investitura di Simon Pietro, a cui Gesù affida il compito di suo vicario, pastore del gregge degli eletti. Per quaranta giorni il Maestro resta con i suoi discepoli, in Galilea e, infine, a Gerusalemme, dove ascende al cielo preannunciando la discesa dello Spirito di fuoco che sarà loro maestro, guida, luce. La loro vita è cambiata adesso, con gioia attendono questo straordinario incontro, passano le giornate in preghiera al Tempio o nel cenacolo, con le discepole e con Maria, la Madre di Gesù che, con la sua presenza, testimonia il coraggio di chi ha saputo bere, come il Maestro, fino all’ultima stilla dal calice della Passione. In attesa del Paraclito imparino da Lei: la sua materna compagnia li farà crescere nella fede, li renderà degni di ricevere, come Lei a Nazareth il giorno dell’Annunciazione, lo Spirito che rende feconda anche la terra più arida. Il giorno di Pentecoste ecco il Paraclito scendere sui Dodici come vento impetuoso. Pietro esce fuori dal cenacolo e grida al mondo intero: “ Gesù è davvero risorto! “. Comincia la missione della Chiesa.

 


Bere il calice con Cristo

Missionario instancabile

E qui si situa la più famosa fra le tradizioni non bibliche sull’apostolo Giacomo. Paolo, nella sua Lettera ai Romani, aveva rivelato ai suoi destinatari un sogno che coltivava da tempo nel cuore: raggiungere la Spagna, considerata la punta estrema dell’occidente, la terra oltre la quale (almeno all’epoca degli apostoli si credeva ciò) non vi era che il nulla. Voleva evangelizzare la Provincia Ispanica, la terra degli Iberi. E allora sì che il Vangelo sarebbe giunto fino agli estremi confini della terra. Questo il suo sogno che, secondo il racconto dei Padri apostolici, uno su tutti papa Clemente I ( 88-97 d.C.), terzo successore dell’apostolo Pietro, egli riuscì a concretizzare. Ma una tradizione celeberrima, che in seguito darà vita alla grande epoca dei pellegrinaggi a Santiago de Compostela, ci rivela che l’apostolo Giacomo l’aveva anticipato già molti anni prima. Impossibile? No di certo. Gesù aveva ordinato ai Dodici di battezzare tutte le genti e di portare la sua salvezza ai popoli più lontani. Vi sono tradizioni – ritenute da molti storiche – che vedono gli apostoli nei luoghi più disparati del globo: Tommaso e Bartolomeo in India, Matteo in Etiopia, Giuda Taddeo in Persia. E Giacomo nella lontana Spagna. E’ storicamente attestato che navi mercantili provenienti dalla Galizia, provincia romana nella zona nord-occidentale della Spagna, svolgessero un’intensa attività commerciale di minerali, come lo stagno e l’oro, con la ricca Alessandria d’ Egitto, con città palestinesi come Cesarea Marittima e con i celebri empori orientali. Che fosse su una di queste navi che Giacomo raggiunse la Spagna? Non è certo, ma possibile. Secondo la tradizione, sua prima tappa furono le regioni meridionali della penisola iberica, precisamente l’Andalusia, dove si trovavano le celebri “ colonne d’Ercole “. Oltre esse il grande oceano. Da lì Giacomo diede inizio alla sua intensa attività evangelizzatrice che lo condurrà fino in Portogallo a Coimbra ( in quel tempo denominata dai romani “ Aeminium “) e nella Galizia, a nord della penisola, la cosiddetta “ Finisterre “, letteralmente la “ fine della terra “. Il Breviarium Apostolorum ( VI-VII sec.) e Beda il Venerabile, grande padre della Chiesa del VII-VIII sec. Sono i primi a testimoniarci questa sua evangelizzazione delle provincie romane in Hispania. Ancora oggi, come ricordato, nel XVI sec. Nell’opera il Viaggio Santo di Ambrosio de Morales, viè una memoria di San Giacomo a “ O Santiaguino do Monte” dove, secondo la tradizione, l’apostolo si ritirava in preghiera e celebrava l’Eucaristia. I frutti della sua evangelizzazione però risultarono poco fruttuosi e l’apostolo fu costretto a ritornare sui suoi passi. Non era ancora il momento dei trionfi: questa era l’ora del calice. Come la sofferenza di Gesù aveva redento il mondo così quella degli apostoli avrebbe dato fede e fecondità alle nuove comunità. Sulla via del ritorno, nella cosiddetta “ Hispania Tarraconensis”, mentre pregava angosciato dall’insuccesso sulle rive del fiume Ebro ricevette la visita della Madre di ogni consolazione, come ci narrano una millenaria tradizione e le visioni di celebri mistiche come Anna Catherine Emmerich e Maria d’Agreda. Maria era ancora viva, probabilmente a Efeso presso la casa di Giovanni o a Gerusalemme, e sosteneva, con la sua intercessione materna, i Dodici per le strade del mondo. Ora appariva all’afflitto Giacomo in Spagna. Questo fenomeno non deve risultarci assurdo: sono tanti i casi di presenza simultanea in luoghi diversi nella vita dei santi ( pensiamo a San Francesco o a San Pio da Pietrelcina ). Ora Gesù non avrebbe dovuto concedere questa grazia a sua Madre? La Vergine apparve all’apostolo su di un “ Pilar “, una colonna romana attorno alla quale in seguito sorse un santuario, il grande Santuario di Nuestra Senora del Pilar, secondo alcuni il più antico dell’intera cristianità.
Lasciamo che sia la venerabile suor Maria d’Agreda, mistica spagnola del 1600, a narrarci l’accaduto, riportato nel suo La Mistica città di Dio:” Giacomo era fuori della città, vicino al muro presso la riva del fiume Ebro, e per mettersi in orazione si era discostato un po’ dai suoi discepoli. Qualcuno di essi dormiva, qualcun altro pregava come il suo maestro, ma nessuno si aspettava la novità che stava sopravvenendo. Videro una luce sfolgorante, come se fosse stato mezzogiorno, benché essa fosse solo in un certo spazio a forma di grossa sfera, non dappertutto. Assorti in questa meraviglia e in questo gaudio, stettero immobili finchè l’Apostolo non li chiamò. Attraverso simili effetti, furono preparati ad essere attenti al sublime mistero che sarebbe stato rivelato loro(…). La Madre stava sulla nuvola, circondata da vari cori, ciascuno dei quali aveva mirabile bellezza, anche se ella superava tutti in tutto. Da lì si manifestò al fortunato Apostolo, che prostratosi la riverì intensamente, osservando pure quello che veniva trasportato. Ella, per conto di Gesù, gli parlò: Figlio mio, ministro dell’Altissimo, siate benedetto dalla sua destra; egli vi regga e vi palesi l’allegrezza del suo volto. Tutti gli angeli esclamarono: Amen. Proseguì: L’eccelso Re ha prescelto questo posto affinchè in esso gli innalziate un tempio, dove sotto il titolo del mio nome il suo sia magnificato e dove i suoi tesori siano comunicati con abbondanza; egli darà libero corso alle sue antiche misericordie a vantaggio dei credenti e questi per mezzo della mia intercessione le otterranno, se le domanderanno con autentica confidenza e pia devozione. Da parte sua prometto loro enormi favori e la mia protezione, perché questa deve essere mia abitazione e mia eredità. In testimonianza di ciò, questo pilastro con sopra la mia immagine resterà qui e durerà con la santa fede sino alla fine dei tempi. Darete senza indugio inizio ai lavori e dopo avergli reso tale servizio, partirete per Gerusalemme. Questa fu la felice origine del Santuario di Nuestra Senora del Pilar, cioè del pilastro, in Saragozza, che a ragione si dice camera angelica, dimora dell’Unigenito e della sua castissima genitrice, degna della venerazione di tutti e garanzia certa e ferma dei benefici che i nostri peccati non giungeranno a demeritare. Il nostro Apostolo la ringraziò e la supplicò didifendere in modo speciale la Spagna, e soprattutto quel luogo a lei consacrato. Ella si impegnò riguardo a tutto e, impartitagli di nuovo la sua benedizione, fu riportata al cenacolo nella medesima maniera”. Rinfrancato nell’animo Giacomo si preparava così al ritorno a casa per affrontare, dopo persecuzioni, sofferenze e delusioni, l’ultima sfida nel suo cammino apostolico.

 


Bere il calice con Cristo

 

Il sigillo

Giacomo è di nuovo in Giudea: collabora con Pietro, Giovanni e gli altri per la crescita della prima Chiesa e getta il seme che il Maestro gli ha donato. Ma la sua ora è ormai prossima, il calice dal quale ha saputo abbondantemente bere deve essere svuotato, resta l’ultima goccia amara, la goccia che ogni uomo teme: la morte. Erode Antipa, tetrarca di Galilea, è esiliato, al trono sale un amico fidato dell’imperatore, Agrippa. La situazione si presenta ai suoi occhi alquanto insicura: il suo predecessore era un gaudente e un donnaiolo: la sua vita dissoluta aveva fortemente contrariato i potenti e influenti gruppi dei sacerdoti, dei farisei e degli scribi, tanto attenti alla pratica della purità della Legge. Antipa viveva come un pagano, i suoi rapporti con il Sinedrio erano piuttosto tesi. Agrippa vuol rimediare, sapendo bene che il miglior metodo per ingraziarsi il loro favore è quello di dare la caccia ai seguaci del Nazzareno, che  giorno dopo giorno si fanno sempre più numerosi. Il sovrano è astuto come una volpe: non è sui pesciolini che punta l’attenzione ma sui capi, sui responsabili della comunità; tolti di mezzo loro certamente i loro seguaci finiranno per disperdersi. Mette così le mani sui primi testimoni del Cristo, gli apostoli, cattura Pietro e lo fa rinchiudere in prigione ( dalla quale verrà miracolosamente liberato per un intervento angelico ). Stessa sorte tocca a Giacomo. Le guardie del despota lo intercettano: “ Siete disposti a bere il calice da cui io berrò?” aveva detto il Maestro al suo caro amico. L’ora è finalmente arrivata. Giacomo è pronto, il suo cuore dice “ Si “. Ha scoperto ciò a cui conduce la croce, ha visto la luce del Tabor e quella del sepolcro vuoto. Ripensa al suo passato, al suo lago e alle sue reti: sorride pensando che tanto tempo prima era certo di dover trascorrere lì i suoi ultimi giorni. Secondo una tradizione è tale l’ardore da vero figlio del tuono, con cui Giacomo si reca al martirio che perfino il giudeo Giosia, il suo primo accusatore chiede di essere battezzato e morire con lui. Una spada li finisce entrambi. Il calice è bevuto: ora Giacomo può finalmente prendere parte al banchetto eterno, sedendo al posto che il Maestro ha preparato per lui, suo apostolo e amico fraterno. Sarà il primo dei Dodici a subire il martirio per Cristo ( come testimoniato dagli Atti degli Apostoli, 12,1-2 ), tutti gli altri lo seguiranno nel lungo corteo che darà vita alla Chiesa. Pietro ad esempio subirà il martirio a Roma. Sarà Giovanni, l’unico morto per cause naturali, a chiudere la gloriosa epoca degli apostoli, i piccoli semi gettati nel campo del mondo che avrebbero dato frutto abbondante a suo tempo.


Bere il calice con Cristo

Compostela

Con la morte si perdettero ben presto le tracce dell’apostolo Giacomo. Non sappiamo dove fu sepolto. Fino all’800 circa. Secondo la tradizione, ricordata dalla famosa Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, nell’831 uno strano fenomeno luminoso interessò il cielo in prossimità del monte Liberon, in Spagna, sui ruderi di alcune antiche fortezze. La popolazione meravigliata accorse per assistere allo spettacolo e con loro anche il vescovo Teodomiro che diede subito ordine di cercare il motivo di quello straordinario prodigio. Venne ritrovata così una tomba, di epoca romana, con tre corpi al suo interno. Uno di questi era decapitato e sulla salma era posta la scritta:” Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e di Salome”. I suoi discepoli, secondo la tradizione, erano infatti tornati in Galizia con il corpo dell’apostolo per dargli onorata sepolture nei luoghi del suo apostolato. Resa nota questa scoperta, il re Alfonso II delle Asturie decise di edificare sulla tomba del santo un enorme  santuario, Santiago de Compostela ( cioè” San Giacomo al campo delle stelle”, in riferimento ai fenomeni astronomici che permisero la scoperta del sepolcro). L’apostolo divenne così il protettore principale della Spagna. Con il passare dei secoli migliaia e migliaia di uomini, donne, giovani e anziani, si misero in viaggio versa la sua tomba. Una follia per l’epoca! Molti erano costretti a ipotecare i propri beni per poter finanziare il pellegrinaggio; si lasciava tutto per rendere omaggio – in un cammino che diveniva così via di conversione e penitenza – alle reliquie del primo apostolo ucciso per amore di Cristo. Con bisaccia e bastone, i fedeli percorrevano così strade pericolosissime (non per nulla si faceva testamento prima di partire), incerti sul proprio futuro ma fiduciosi nell’intercessione dell’apostolo.

Il celebre simbolo di questo pellegrinaggio era ed è rimasto la conchiglia di San Giacomo, che si raccoglieva sulle spiagge galiziane dove era molto diffusa: si cuciva sul mantello o sul cappello ed era, come un certificato scritto, la testimonianza dell’avvenuto cammino.

E fra i mille pellegrini giunti alla sua tomba, alcuni dei quali famosissimi (uno fra tutti San Francesco), vogliamo menzionare papa Giovanni Paolo II che, indossando le sue vesti da pellegrino, ha voluto radunare qui  migliaia di giovani per la Giornata Mondiale della Gioventù del 1989, ricordando la forza della nostra fede, edificata sulla fede e sul sangue di quei dodici uomini, deboli, fragili, poco colti e poco coraggiosi che, modellati dal Maestro come argilla nelle mani d’un vasaio, hanno attirato il mondo intero ai piedi del Redentore. Ciò che purtroppo il mondo di oggi sembra dimenticare. Affermava il Pontefice, custode di quella fede trasmessa dagli apostoli:” Presso la tomba dell’apostolo, vogliamo anche accogliere di nuovo il mandato di Cristo: - Mi sarete testimoni…. Fino agli estremi confini della terra - (At 1,8) San Giacomo, che fu il primo a sigillare la sua testimonianza di fede con il proprio sangue, è per tutti noi un esempio ed un maestro eccellente” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la IV Giornata Mondiale della Gioventù, 27 novembre 1988).